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Essere figlie di criminali nazisti

Che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli è una frase che sentiamo o leggiamo spesso oggi come ieri dai vari mezzi di comunicazione. Quando i padri sono però dei personaggi  di massimo livello come Hermann Göring, luogotenente di Hitler, Heinrich Himmler, comandante della polizia e delle forze di sicurezza del terzo Reich, Albert Speer, architetto e ministro degli armamenti del Führer, l’ombra lunga dell’operato dei genitori, passati alla storia come criminali di guerra, si abbatte implacabilmente sulla famiglia. Per i figli, nati all’incirca tra i tardi anni venti e gli anni quaranta del secolo scorso, giudicare questi padri che in genere hanno conosciuto solo nella prima infanzia, diventa particolarmente difficile perché richiederebbe di astrarsi completamente da ogni legame affettivo per potere dare un giudizio corretto ed imparziale. C’è da aggiungere che nell’ambito familiare questi papà erano affettuosi e premurosi, cioè uomini assolutamente normali per cui alcuni figli restano attaccati all’immagine di una persona amorevole, rispettabile se non addirittura eroica, mentre altri assumono una posizione critica senza però rinunciare a dimostrare un certo affetto per il genitore. Cioè “sentono di non potere amare  un “mostro” e rimuovono il lato oscuro della figura paterna per potere continuare a nutrire nei suoi confronti un amore filiale incondizionato” (1). D’altra parte Hannah Arendt nel suo celebre reportage del processo Eichmann a Gerusalemme nel 1961 (2), ha dimostrato che le presone che avevano gestito ed attuato la morte di milioni di esseri umani non erano affatto degli psicopatici folli, ma uomini comuni, convinti di possedere un corretto senso morale, e di avere agito legittimamente obbedendo a degli ordini superiori, che comunque condividevano, spesso con l’alibi di non avere potuto avere altra possibilità di scelta data la situazione in cui si erano venuti a trovare. In casi particolari, comprensibili solo entrando nel profondo dell’animo dilaniato di questi discendenti dei criminali, alcuni hanno compiuto una sorta di percorso di espiazione convertendosi al cattolicesimo o all’ebraismo per diventare sacerdoti o rabbini. Secondo lo psicologo israeliano Dan Bar-On, queste conversioni sono dovute alla necessità di “sgravarsi da una sofferta appartenenza al gruppo dei criminali entrando a far parte della comunità delle vittime” (1). Altri hanno voluto rimuovere diversamente il peso di una eredità parentale difficile, come la figlia del figlio che Magda Goebbels ebbe dal primo marito, l’industriale Günther Quandt, che si è convertita all’ebraismo a 24 anni ed i due pronipoti di Göring, Matthias e Bettina, che a 30 anni decidono di farsi sterilizzare per non avere discendenti e chiudere definitivamente la possibilità di “creare altri Göring”.  Katrin Himmler, pronipote di Heinrich, nipote del fratello più giovane del gerarca, si è trasferita in Israele ed ha sposato il figlio di un sopravvissuto ai campi di sterminio. Come una sorta, forse involontaria, di autoterapia per liberarsi dai fantasmi dell’Olocausto, ha scritto il libro “Die Brüder Himmler: Eine deutsche Familiengeschichte” (I fratelli Himmler: storia di una famiglia tedesca) pubblicato in Germania nel 2005.

Particolarmente le figlie di questi gerarchi si sono sentite amate e vezzeggiate dai loro papà per cui raramente riescono a vederli e giudicarli per quello che sono stati realmente, cioè degli spietati esecutori di una assurda ideologia.

Gudrun Himmler. Il caso della figlia di Heinrich Himmler, il maggiore artefice della Shoah, è significativo di questo atteggiamento mentale. Gudrun Margarete Elfriede Emma Anna Himmler nasce l’8 agosto del 1929, figlia unica amatissima dal papà che la chiama “püppi” (bambolina). Heinrich si era sposato nel 1928 con una infermiera divorziata più anziana di lui di sette anni con la quale, forte dei suoi studi di agronomia, impianta un allevamento di pollame. Gli affari non vanno bene anche perché Heinrich è sempre più assente votato com’è alla politica dove inizia una rapida carriera nell’ambito del partito nazista, ed allora, chiusa l’azienda, la famiglia si trasferisce a Monaco. Nel 1936, Himmler è nominato Reichsführer-SS, cioè capo di tutto l’imponente apparato di polizia, e così quest’uomo che Albert Speer aveva definito “per metà maestro di scuola e per metà uno strampalato”, diventerà uno dei gerarchi più potenti ed influenti del terzo Reich. Da Monaco si trasferiscono a Gmund, in alta Baviera, dove acquistano casa. Dal 1938 Himmler ha una relazione con la sua segretaria da cui avrà due figli ma resterà legatissimo solo a Gudrun, la bimba legittima; nel 1940 si separa dalla moglie senza però divorziare per non creare ansie alla figlia che adora. La porta spesso con sé nei suoi continui viaggi tra i quali, nel 1933, a Dachau, a visitare il primo campo di concentramento da lui realizzato, e, appena gli impegni sempre più crescenti e vincolanti glielo permettono, torna a casa per stare con la sua bambina. Nella fitta agenda e nelle lettere di Himmler appare costante e continuo il suo rapporto affettivo con la famiglia nella quale, in qualità di “zio”, entra anche Hitler che la bimba idolatra. Il 3 maggio 1938 Marga Himmler annota sul suo diario “Visita del Führer. Püppi era tutta eccitata. E’ stato meraviglioso ritrovarsi a tavola con lui, nell’intimità” (1). Durante i cinque anni della guerra Gudrun vive nella casa di Gmund anche quando la madre si sposta a Berlino dove riprende a lavorare come infermiera. E’ molto sola e lentamente comincia a realizzare la drammaticità del conflitto e teme per l’incolumità di suo padre. Dopo lo sbarco degli alleati in Normandia e l’avanzata inarrestabile delle truppe sovietiche sul fronte ad est, Gudrun si impone di credere ancora nella vittoria finale e scrive nel suo diario: “Credono tutti con tale fermezza nella vittoria che, in quanto figlia di quest’uomo ora particolarmente prestigioso ed apprezzato sono costretta a crederci anch’io, e ci credo in tutto e per tutto”. Ma il 5 marzo 1945, ormai quindicenne, realizza che la situazione è disperata, e scrive: “Non dipendiamo più che da noi stessi. E da noi ci sono talmente tanti tradimenti. Gli ufficiali abbandonano semplicemente il campo. Nessuno vuole più la guerra /…/ E tuttavia ci sono ancora tante persone che potrebbero andare a combattere e che restano qui a battere la fiacca /…/ Papà ha proclamato il Volkssturm (milizia popolare costituita da uomini tra i 16 ed i 60 anni) il 18 ottobre durante un discorso magnifico /…/ L’atmosfera generale è a zero /…/ Göring, quel fanfarone, non fa nulla” (3).

Nell’aprile del 1945, Gudrun e la mamma, all’avanzare delle truppe americane, lasciano Gmund e fuggono verso il sud; vengono arrestate dagli alleati  in Italia, a Selva di val Gardena, il 13 maggio 1945 e tradotte prima a Verona e poi a Firenze per subire un primo interrogatorio. Sono trasferite a Roma, a Cinecittà dove gli alleati hanno allestito un centro di smistamento e, dopo una tappa a Milano ed a Parigi, imprigionate in Germania nel campo femminile di Ludwigsburg da dove in seguito verranno sottoposte ad interrogatorio a Norimberga  nel quadro del processo ai criminali nazisti. Quando Gudrun viene a sapere del suicidio del padre per avvelenamento, ritenendo che invece sia stato assassinato dagli Alleati, ha uno shock parossistico e delira per tre settimane. Le due donne vengono infine rilasciate e trovano asilo presso un convento-ospizio gestito da un pastore protestante dove vengono registrate come persone “afflitte da ritardi mentali”. Negli anni cinquanta, lasciato il convento, Gudrun studia da sarta ed inizia a lavorare in un negozio di moda a Monaco con molte difficoltà perché il cognome, che mantiene con orgoglio e non nasconde mai, suscita immancabilmente una reazione negativa e di repulsione. La Germania dell’immediato dopoguerra non vuole più nemmeno sentire il nome Himmler, ma lei si intestardisce nel culto acritico della figura del padre e tenterà di riabilitarne la memoria malgrado le crescenti prove storiche sul totale coinvolgimento del gerarca nella soppressione di milioni di vite umane. Nel 1955 partecipa a Londra ad una festa organizzata dal politico inglese di estrema destra Oswald Mosley e dal figlio dell’ex ministro degli esteri nazista Von Ribbentrop. Il suo piccolo appartamento a Monaco diventa un museo di cimeli del nazismo, lei si rifiuta di lasciare interviste e si lega sempre di più ai tanti reduci e nostalgici del terzo Reich con un fanatismo ed un impegno difficili da giustificare. Nel 1951 entra, ne diventa dirigente e per quarant’anni la colonna portante, nella “Stille Hilfe für Kriegsgefengene und Internierte” (Assistenza silenziosa per prigionieri di guerra ed internati), una organizzazione nata clandestinamente nel 1946 e poi ufficializzata nel 1951, per soccorrere, nascondere ed aiutare a sottrarsi alla giustizia ex-membri delle SS o alti gerarchi nazisti responsabili della Shoah come Josef Mengele ed Adolf Eichmann riparati in America Latina seguendo le cosiddette “ratlines”, i canali di fuga dall’Europa, grazie a coperture di alti prelati tedeschi e della Croce Rossa. Tra gli assistiti dalla Stille Hilfe vi sono decine di criminali che hanno potuto vivere indisturbati, finanziati e protetti anche sul piano legale in forza della rete di amicizie e complicità dell’organizzazione; nell’elenco spiccano alcuni personaggi, molto tardivamente assicurati alla giustizia, come Klaus Barbie, detto “il boia di Lione”, Erich Priebke, tra i responsabili dell’eccidio delle fosse Ardeatine, Franz Stangl, capo del campo di sterminio di Treblinka ed il dittatore croato Ante Pavelic. Stille Hilfe lavorerà in stretto contatto con l’analoga e potente struttura  ODESSA, Organization Der Ehemeligen SS Angehörigen  (Organizzazione degli ex-appartenenti alle SS). Gudrun si impegna personalmente per aiutare Anton Malloth, uno dei direttori del grande lager di Theresienstadt, condannato a morte in contumacia da un tribunale Cecoslovacco, che vive tranquillamente nascosto per circa 40 anni a Merano e viene infine estradato in Germania nel 1988, processato e condannato all’ergastolo nel 2001, un anno prima di morire. Negli anni sessanta sposa Wulf Dieter Burwitz, scrittore e simpatizzante del partito neonazista NPD (Nationaldemokratische Partei) dal quale avrà due figli; intanto allarga la sua attività appoggiando i movimenti di estrema destra tedeschi e partecipando ai raduni degli ex-combattenti e dei veterani delle SS, il suo comportamento ed il suo carisma le valgono il soprannome di “principessa nazista”. Nel corso degli anni la sua coscienza morale non riesce ad evolversi per mettere nella corretta prospettiva storica l’ideologia che sottintendeva le croci uncinate, anzi Gudrun è sempre più caparbiamente attaccata alle sue convinzioni; muore il 24 maggio 2018 a 88 anni. Forse, si chiede la Crasnianski, il suo estremismo fanatico fu “anche un modo per proteggere il proprio Io dalla pressione di un passato insostenibile” (1).

Edda Göring. Altra figlia unica di un altissimo gerarca nazista, anzi considerato a lungo il braccio destro di      Hitler, è Edda Göring. Nasce il 2 giugno 1938; la madre, Emmy Sonnemann, è la seconda moglie di Hermann Göring, una attrice di provincia sposata dal gerarca nel 1935, qualche anno dopo la morte della prima amatissima moglie Carin.  Hermann era stato colpito all’inguine durante il fallito putsch di Hitler a Monaco nel 1923, ed inoltre la moglie aveva 45 anni all’epoca del concepimento, per cui la nascita della bimba fu considerata quasi miracolosa, si parlò di “immacolata concezione” ed anche di inseminazione artificiale. Hermann scoppiò di felicità per il lieto evento e lo festeggiò pomposamente col suo inarrivabile stile kitsch  sorvolando Berlino con una squadra di 500 aerei della Luftwaffe, l’armata aerea di cui era comandante. Edda racconterà che per la sua nascita i genitori avevano ricevuto 628.000 telegrammi di congratulazioni. La bimba è battezzata nella sfarzosa residenza di caccia di Carinhall, in una foresta a nord-est di Berlino; Hitler è il padrino della bionda e bellissima Edda che riceve un’infinità di regali tra cui una preziosa tela, Madonna con Bambino, di Lucas Cranach il Vecchio da parte della municipalità di Colonia. Göring aveva fatto costruire Carinhall negli anni trenta in onore della affascinante baronessa svedese Carin von Kantzow che per lui aveva lasciato figlio e marito. La salma di Carin, morta di tisi nel 1931, fu trasferita in seguito in un mausoleo  eretto nella tenuta; la villa, incredibilmente lussuosa, accoglieva le moltissime opere d’arte rubate o confiscate soprattutto durante la guerra dalle SS, oltre mille quadri di autori famosi tra i quali Renoir, Rembrandt, Van Dyck, Canaletto, Veronese, circa 250 sculture ed un centinaio di preziosi arazzi. Carinhall includeva anche una piscina con sauna e palestra, una immensa sala da ballo, bunker sotterranei ed un castello che riproduceva in scala ridotta il palazzo di Federico il Grande a Potsdam, regalo della Luftwaffe per i giochi della piccola bimba, oltre ad un parco sterminato di migliaia di ettari. In questa sorta di fiabesco paradiso terrestre Edda trascorre i primi anni di vita, adorata dalla famiglia e particolarmente dal padre che nel prosieguo del conflitto mondiale si allontana sempre più dalla vita politica per stare con la sua “Eddalein” nella “reggia” di Carinhall, sfidando le critiche di Hitler che finirà col definirlo “il peggiore dei falliti”. Le sorti del Reich tracollano, Göring fa sgombrare tutti i tesori d’arte stipati a Carinhall ed  ordina ad una squadra della Luftwaffe di distruggere con la dinamite la fastosa residenza. Il 31 gennaio 1945 Edda con la mamma si rifugiano nella loro casa di montagna sull’Obersalzberg, nelle Alpi Bavaresi vicino a Berteschgaden dove si trova la residenza estiva di Hitler, ed è qui che il 21 maggio 1945 sono catturate dalle truppe americane ed internate a Mondorf-les-Bains, in Lussemburgo. Rilasciate, si stabiliscono nell’aprile 1946 in una piccola casa a Sackdilling ad una trentina di chilometri da Norimberga. Göring intanto è espulso dal partito nazista ed è esautorato dal Führer che lo reputa un traditore; arrestato dagli alleati sarà processato a Norimberga e condannato a morte per crimini di guerra e contro l’umanità. Si suiciderà il 15 ottobre 1946 con una capsula di cianuro evitando l’esecuzione per impiccagione. Edda vede il papà in carcere per l’ultima volta il 30 settembre 1946, Göring è ammanettato e, nei ricordi della moglie Emmy, dice loro: “Vi benedico, te e nostra figlia, benedico la nostra cara patria e benedico chiunque vi farà del bene” (1).

Nel 1948 Edda inizia a frequentare il collegio femminile St. Anna di Sulzbach-Rosenberg in Baviera dove, dieci anni dopo, consegue la maturità. Studia legge all’Università di Monaco dove si laurea in giurisprudenza ma non seguirà la carriera legale lavorando prima come segretaria e poi in una clinica di riabilitazione a Wiesbaden. Sia lei che la madre devono affrontare una serie di denunce per appropriazione indebita di beni ottenuti grazie al regime nazista. Emmy viene condannata ad un anno di lavori forzati. Nel 1949 anche Edda è coinvolta in una disputa legale relativa ai doni che aveva ricevuto da suo padre e dai tanti suoi amici, che la mamma reputa siano di proprietà esclusiva della figlia e che quindi le andrebbero restituiti. Motivo del contendere è anche la nota tela di Lucas Cranach il Vecchio, ma il tribunale bavarese respinge la richiesta in quanto quei beni erano stati donati da persone col solo scopo di ingraziarsi il potente gerarca.

Analogamente alla figlia di Himmler, Edda ha un culto ossessivo per la figura del padre. Questa donna molto bella e di grande classe, come testimonia il filmato televisivo del 1986 disponibile su youtube relativo ad una delle rare interviste da lei rilasciate, sostiene che suo padre non abbia avuto nulla a che fare con la Shoah e che tutte le colpe siano da addossare al Führer. E’ orgogliosa del suo cognome ed afferma che non le causa nessun problema nelle relazioni personali, anzi si sente maggiormente rispettata. Per lei Hermann era un genitore buono e gioioso, non un fanatico e tantomeno un mostro, dimenticando che fu proprio Göring, per conto di Hitler, ad ordinare a Reinhardt Heydrich, braccio destro di Himmler, l’attuazione della Soluzione Finale, cioè la deportazione e lo sterminio degli ebrei in Europa, già nel luglio del 1941. Grazie alle conoscenze della madre, Edda resta in contatto con molti membri dei circoli nazisti che gravitavano attorno ad Hitler e con i rappresentanti dell’estrema destra tedesca. E’ amica di Winifred Wagner, nuora di Richard Wagner ed amica di Hitler, e di Oswald Mosley, il leader fascista inglese. Resterà nubile, di lei si conosce solo una “liaison”, avvenuta dopo la morte della mamma, con Gerd Heidemann, un giornalista della rivista Stern nostalgico del nazismo, che aveva acquistato nel 1970 il Carin II, lo splendido yacht regalato a Göring nel 1937 dai magnati dell’industria automobilistica tedesca, sul quale nella sua infanzia dorata Edda aveva trascorso momenti felici. Nel dopoguerra l’imbarcazione, ribattezzata Royal Albert, era divenuta proprietà dei reali d’Inghilterra. Sul ritrovato Carin II si incontrano, oltre a Edda, alti gerarchi ex-nazisti come il generale Karl Wolff, plenipotenziario di Himmler in Italia dal 1943, ed il generale Wilhelm Mohnke, l’ultimo comandante del Reichstag. Heidemann nel 1983  incorre in un grave scandalo relativo alla pubblicazione dei diari di Hitler, che invece dopo un’attenta perizia saranno riconosciuti come opera di un falsario, e ciò gli costerà una condanna a 4,5 anni di carcere per frode. Nel 2014 Edda tenta, senza successo, di rientrare in possesso di parte dei beni confiscati a suo padre con un ennesimo ricorso alle autorità bavaresi. Muore a 80 anni il 21 dicembre 2018 a Monaco dove si era ritirata a vivere da molti anni in un appartamento pieno di “mirabilia” su suo padre ed il nazismo.

Hilde Speer. Diverso e molto interessante sul piano umano e morale rispetto ai casi precedenti, è la vicenda di Hilde, la seconda dei sei figli di Albert Speer, nominato da Hitler nel 1934, a 29 anni, capo-architetto del partito nazista e, nel 1942, ministro degli armamenti e della produzione bellica. A lui si deve la progettazione ed il maestoso allestimento dello stadio per il grande raduno del partito nazista a Norimberga nel 1933, che incantò il Führer e fu celebrato dal famoso film di propaganda di Leni Riefenstahl “Triumph des Willens” (Il trionfo della volontà). L’intesa con Hitler è subito intensa, il giovanissimo Speer ne diventa il pupillo e resta ammaliato da questo rapporto privilegiato col capo del Reich al punto da dichiarare “…la semplicità affascinante con la quale affrontava i nostri problemi, tutto ciò mi stordiva e avvinceva. Del suo programma politico non sapevo quasi nulla: egli mi avevo “preso” prima che avessi compreso” (4). Hilde nasce nel 1936; nel 1938 la famiglia Speer si trasferisce sull’Obersalzberg, vicino al Berghof, la dimora montana di Hitler intorno alla quale si trovano anche le residenze estive di Göring e di Martin Bormann, il potente segretario personale del Führer, con i suoi dieci figli. Fino all’inizio del 1945 Hilde vive serena e felice con i genitori, i suoi quattro fratelli e la sorella Margret nella grande villa lontana da ogni preoccupazione e privazione per la  guerra in corso, e frequenta le elementari a Berteschgaden. Nell’aprile del 1945 il crollo del Reich è oramai imminente; Speer sposta la famiglia verso il nord della Germania per raggiungere Flensburg dove l’ammiraglio Dönitz, succeduto a Hitler suicidatosi il 30 aprile 1945, aveva installato il governo provvisorio per trattare la resa con gli alleati. Speer è arrestato il 15 maggio 1945, internato nel carcere di Mondorf-les-Bains e poi a Norimberga in attesa del processo. La sua famiglia si accasa ad Heidelberg, presso i genitori di Speer. Col padre accusato di crimini di guerra (sarà condannato a 20 anni di reclusione) i figli Speer “imboccano un lungo cammino destinato a risolversi in una rottura radicale con la figura paterna. Avranno tutti difficoltà a comunicare con lui, perfino Albert jr che ha scelto lo stesso mestiere” (1). Hilde studia in un collegio femminile di Heidelberg, dove un’insegnante di storia, di famiglia ebrea, avrà un profondo impatto nella sua formazione intellettuale e lei la ricorderà sempre con grande stima ed affetto. Speer si rifiuta di vedere i figli per otto anni, le prime visite avvengono nel 1953 ma il rapporto con loro è gelido e formale. Resterà così per sempre, malgrado Hilde si impegni per tenere i contatti e soprattutto per sollecitare, scrivendo al Presidente della Germania, di anticipare la scarcerazione del papà,  senza però successo malgrado l’appoggio di De Gaulle e Willy Brandt, allora borgomastro di Berlino. Nel 1953 Hilde vuole tentare di capire come sia stato possibile che suo padre si fosse reso complice dell’ideologia nazista e delle conseguenti atrocità; lo interroga mediante uno scambio di lettere che si prolunga per gli anni di detenzione del genitore, ma non ottiene una risposta credibile. Speer dice che non ne sapeva nulla, mentendo in quanto più tardi, nel 1971, alle stesse domande rivoltegli da un giornalista replicherà:  “se non ho visto niente è stato perché non volevo vedere”.  Quando Speer esce dal carcere di Spandau non c’è nessuno dei figli ad attenderlo, solo la moglie gli va incontro. Il ritorno a casa non riesce a ravvivare con la famiglia un legame irrimediabilmente perduto. La stessa Hilde afferma che non c’è comunicazione; anche il rapporto con la moglie si spegne. Speer muore a Londra nel 1981 dove si era recato con la sua amante per concedere un’intervista alla BBC. Hilde si laurea in sociologia, diventa educatrice e partecipa attivamente alla campagna politica dei verdi divenendo una leader del partito.  E’ eletta membro della Camera dei Rappresentanti a Berlino e ricopre la carica di vicepresidente nel biennio 1989-1990. Hilde, a differenza di molti suoi coetanei, non ha mai negato o cercato di giustificare il nazismo ed i suoi artefici, compreso suo padre, ma anzi da quei tragici avvenimenti ha tratto la convinzione e la forza per prodigarsi con grande determinazione in attività sociali e quindi anche ad interessarsi alle recenti crisi umanitarie vissute da rifugiati e migranti. Ad esempio nel 2015 accoglie nella sua casa per parecchi mesi due esuli siriani. Per il suo impegno le viene assegnato nel 2004 il  premio istituito dalla fondazione Mendelssohn in onore del filosofo ebreo Moses Mendelssohn per la tolleranza e la riconciliazione tra i popoli. La cerimonia avrebbe dovuto avere luogo in una sinagoga, ma ci sono delle resistenze da parte della comunità ebraica, per cui tutto si svolge in una chiesa cristiana, decisione che Hilde accetta con serenità e senza polemiche. Nel 1994, dopo la morte dei genitori, crea la fondazione “Zurückgeben” (Ridare indietro) per sostenere il rafforzamento delle radici ebraiche nella società tedesca, aiutando giovani donne ebree a realizzare i loro progetti nel campo dell’arte e della scienza in Germania. Hilde aveva ereditato dal padre tre quadri di grande valore provenienti forse da espropriazioni o confische di beni ebrei negli anni del nazismo; decide di venderli dopo avere tentato invano di rintracciarne i proprietari, e col denaro dà inizio alla fondazione che ad oggi ha finanziato 150 progetti, ponendosi tra le poche, se non l’unica, fondazione dedicata a sostenere nel dopoguerra la cultura ebraica in Germania. Lo scopo è raccogliere donazioni da chi ritiene di avere goduto di guadagni ingiusti a seguito delle razzie esercitate dalla Germania nazista ai danni dei cittadini ebrei, cioè stimolare la consapevolezza nella società tedesca che le opere rubate dal regime vanno restituite. Questa sua attività è stata premiata a Berlino nel 2019 col “German Jewish History Award” da parte della  Obermayer Foundation creata da un filantropo americano per premiare i tedeschi non ebrei che contribuiscono a preservare la memoria degli ebrei tedeschi in Europa, con le parole: ”Contrariamente a molti di quella generazione non ha taciuto la difficile eredità  paterna nel nazionalsocialismo, ma ha consapevolmente deciso di ridare qualcosa indietro”.

Hilde ha ripetutamente dichiarato: “provo vergogna per ciò che è accaduto nel passato, e naturalmente provo vergogna per il fatto che è successo accanto a me, nella mia stessa famiglia”. Gitta Sereny, nella biografia che ha scritto su Albert Speer (5), ha definito Hilde “maybe the most moral person I ever met” (forse la persone di più alto livello morale mai incontrata).

Francesco Cappellani

(1) Crasnianski Tania: “I figli dei nazisti”. Bompiani, 2017

(2) Arendt Hannah: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”. Feltrinelli, 1964

(3) Himmler Heinrich: “Il diario segreto”, a cura di Katrin Himmler e Michael Wildt. Newton Compton, 2014

(4) Speer Albert: “Memorie del Terzo Reich”. Mondadori, 1976

(5) Sereny Gitta: “Albert Speer. His Battle with Truth”. Macmillan, London, 1995