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Racconto di Natale

“I signori avevano prenotato?”, chiese l’albergatore in perfetta mala fede. Sapeva che le ultime tre camere ancora libere nel suo alberghetto erano state da tempo riservate da tre importanti clienti, che un pajo di giorni prima gli avevano mandato un messaggero per preannunciare il loro arrivo. Il messaggero non aveva potuto indicarne la data esatta sia per ragioni di sicurezza, sia perché non si sapeva quanto tempo sarebbe durato il viaggio (venivano da molto lontano, dall’Oriente, rivelò); ma comunque, si era affrettato ad assicurare, avrebbero pagato per tutti i giorni in cui le camere sarebbero rimaste vuote prima che le occupassero. Egli aveva anzi lasciato per conto loro un sostanzioso anticipo ed aveva raccomandato la massima discrezione: “Capirà, aveva detto, si tratta di tre sovrani e le precauzioni non sono mai troppe”.

Quanto ai nuovi arrivati, spiegò l’albergatore, dato che non avevano prenotato tempestivamente, purtroppo non gli era più possibile ospitarli. I due nuovi viaggiatori rimasero chiaramente delusi della risposta negativa. Stanchi del viaggio avrebbero voluto riposare, ma tutti gli altri alberghi che avevano già visitato erano anch’essi al completo perché, era stato loro spiegato, nel paese c’era un afflusso eccezionale di viaggiatori convenuti per il censimento. Era proprio questa la ragione della loro presenza a Betlemme: l’impero scomodava i cittadini invece di approntare strutture locali, che rendessero meno gravoso il compimento dei loro doveri civici.

Nel vederli così sconfortati, l’albergatore si intenerì, tanto più che aveva notato che la signora era in stato di avanzata gravidanza. Ebbe un’idea: “Una soluzione ci sarebbe, disse, se i signori volessero accontentarsi…”. Aveva pensato ad un modo di ajutare quei poveretti, guadagnando anche qualche soldo, il che per chi è negli affari non guasta mai. Di fronte all’aria interrogativa e speranzosa dei due spiegò: “Ho una stalla, modesta ma dignitosa, che potrebbe ospitarvi”. Ed aggiunse subito dopo: “certo non c’è un sistema di riscaldamento, ma è possibile rimediare; vedranno che si troveranno bene, e quanto al prezzo lascino fare a me”. Poiché non c’era altra soluzione, i due accettarono la proposta e Il padrone cominciò a chiedere le generalità da annotare nel registro degli ospiti: “Nome?” “Giuseppe, della stirpe di David”; “Professione?” “Falegname”; “la signora?”, “Maria, casalinga”; “Provenienza? “Nazaret”. “Quanti giorni pensano di rimanere?” “Non lo sappiamo, dipende da come andranno le cose”, rispose Giuseppe, accennando al ventre della moglie.

È tutto, disse l’albergatore, chiudendo il registro. Vi accompagno alla stalla”.

Effettivamente la stalla non era male: c’era un ampio giaciglio, vi furono messi due sgabelli ed un tavolino sul quale i viaggiatori appoggiarono i loro bagagli (l’occhio professionale di Giuseppe giudicò mediocri quei mobili, ma si trattava di qualche giorno..). Su loro richiesta fu aggiunta una cesta che servisse da culla nel caso di un improvviso verificarsi del lieto evento. “Ed il riscaldamento?”, chiese Giuseppe, perché si era già in inverno. Il padrone sorrise: “Eccolo”, disse, ed indicò un bue ed un asino che sino a quel momento si erano tenuti discretamente in fondo alla stalla, non comprendendo se la loro presenza fosse gradita. “Con il loro respiro, spiegò il proprietario, producono un’aria calda che dà una sensazione di benessere. Nessun inquinamento, nessun pericolo di incendio. Insomma, è un riscaldamento ecologico”, concluse sorridendo.

Era vero: finalmente i turisti poterono riposare, mentre i due animali facevano il loro dovere, respirando, il che non costava loro nulla e dava loro la soddisfazione di essere utili anche di notte. Il giorno dopo, appena svegli, Giuseppe e Maria si recarono all’ufficio del censimento per la denuncia, gironzolarono un po’ per il centro del paese e tornarono alla stalla, dove consumarono il frugale pasto, composto di pane, olive e formaggio, che si erano portati da Nazaret.

Il parto avvenne a mezzanotte di quel giorno, che era il 25 dicembre, e fu allora che il bue e l’asino si trovarono in mezzo ad una sorta di giojosa baraonda: da ogni parte giungevano contadini, pastori, artigiani, funzionari, soldati romani, scribi, farisei, sadducei, portando regali utili, specialmente generi alimentari, forme di ricotta, altri formaggi e latticini, frutti di stagione, dolciumi,ma anche giocattoli che si accumulavano sul tavolinetto e poi per terra ad un certo punto anche fuori della stalla. Che volevano tutte quelle persone, si chiedevano il bove e l’asino, che cosa speravano, e chi li aveva invitati e perché? Mistero. E perché erano così allegri, ridevano, cantavano, intrecciavano danze campestri? Era forse tutto in onore di quel bambino, come se avesse fatto chi sa che? Ciò doveva essere escluso, visto che il pargolo non parlava ancora, ma ogni tanto lanciava qualche strillo come fanno tutti i neonati del mondo. Il mite bue e il paziente asino non avevano una grande esperienza di bambini appena venuti al mondo, ma potevano escludere che tutta quella gioja fosse provocata dalla presenza del fantolino e dei suoi genitori: figuriamoci, due, anzi ora tre poveracci che non avrebbero lasciato traccia nella storia del paese, per non parlare del resto del mondo.

E se tutte quelle manifestazioni di entusiasmo fossero invece dirette a loro, il bove e l’asino, in riconoscimento dei loro indubbi meriti ? Non erano forse lavoratori zelanti, il primo era stato addirittura giudicato pio, l’asino, pur non essendo considerato un essere di un’intelligenza fuor del comune, non era forse universalmente stimato per la sua pazienza e per il suo spirito di collaborazione, non erano entrambi i veri amici dell’uomo, altro che il cane che pensa sempre a far gli affari suoi, con la sua interessata fedeltà.

Certo, non poteva che essere per loro, tutta quella festa popolare. Ma come mai gli uomini, i contadini i pastori, gli artigiani e tutti gli altri si erano accorti solo adesso delle loro benemerenze, dopo dei millenni in cui esse erano state sottovalutate, se non addirittura ignorate?

I due si consolarono pensando che prima o poi ciò sarebbe dovuto avvenire, che per tutti arriva l’ora del meritato riconoscimento, che l’essere questo giunto con notevole ritardo non ne diminuiva, ma anzi ne accresceva il valore. Meglio tardi che mai. Non che essi se ne insuperbissero (la vanagloria era completamente estranea alla loro natura), ma certe cose danno sempre una certa soddisfazione. Nei giorni successivi lo scenario non cambiò, continuò il pellegrinaggio degli ammiratori entusiasti e generosi e tra le grida di evviva e di osanna i due festeggiati credevano di udire echeggiare i loro nomi.

Intanto gli ospiti continuavano la loro vita tra cambio di pannolini, allattamento e ninne nanne, per quanto queste ultime ostacolate dal grande clamore. I due genitori si nutrivano ora con parte dei doni commestibili lasciati dai visitatori, ma il bove e l’asino non se ne adontavano, loro stessi non avrebbero potuto consumarli e fa sempre piacere essere generosi con quel che non costa niente e che non si può utilizzare personalmente.

La festa durò due settimane. Il dodicesimo giorno, guidati da una stella cometa (che poi avrebbe continuato la sua marcia sino a Santiago, in Spagna), arrivarono finalmente i tre re che con l’albergatore svolsero anzitutto le consuete formalità: “Nome?” Diedero rispettivamente le loro generalità: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre, “Professione?”, dichiararono tutti la stessa: “Re Magi”; per le solite ragioni di sicurezza si rifiutarono però di dire da dove venivano, i motivi del viaggio e quanto tempo sarebbero rimasti. Dopo di che si recarono alla grotta dove depositarono oro, incenso e mirra. Il bue e l’asino apprezzarono molto i doni anche se non sapevano che farne. Ma di un regalo, è noto, si apprezza il pensiero, non l’utilità.

Già il giorno dopo Giuseppe si recò dall’albergatore per dirgli che Maria si sentiva ormai in grado di affrontare il viaggio di ritorno. In realtà tutta la famiglia si sarebbe invece recata in Egitto, a causa di certe notizie preoccupanti che si erano diffuse. L’albergatore mantenne la promessa di chiedere soltanto una somma molto ridotta per il pagamento delle due settimane di soggiorno. Pensava che si sarebbe rifatto abbondantemente rivendendo tutti i donativi lasciati dalle centinaja di persone che erano venute ad adorare, non sapeva perché, quel neonato. I genitori non avrebbero potuto portare con sé tutti quei regali, compresi l’incenso, la mirra e l’oro, anche perché la loro partenza fu precipitosa.

Il giorno dopo, terminate le operazioni di censimento, partiti anche i tre Re magi non si sa per dove, su Betlemme e anche nella stalla si installò nuovamente la tranquillità: nulla era rimasto di quei giorni esaltanti. I pastori riportarono i loro capi, ovini e caprini alle pasture, i contadini tornarono alle loro capanne in attesa che passasse l’inverno, gli artigiani ricomiminciarono a battere il ferro o a segare la legna, gli esattori delle imposte si rimisero alla caccia dei contribuenti, forti dei risultati del censimento, che ora non permettevano a nessuno di sfuggire alle loro ingiunzioni. La vita riprese apparentemente il solito tran-tran.

Il cambiamento improvviso non mancò di lasciare stupiti il bue e l’asino: erano finite così presto le cerimonie in loro onore? Era così caduca la gratitudine degli uomini? Era così effimera l’ammirazione nei loro confronti? Doni, festeggiamenti, grida di evviva si spengono così presto per dar luogo alla usuale indifferenza?

Fu questa la grande lezione che le due modeste bestie trassero da quei quattordici giorni che ancor oggi molti celebrano, ignorando i loro meriti.

Alberto Indelicato